RETIRO 6: MÁRTIRES EN LA PROPIA TIERRA

Con ocasión de la beatificación de 109 mártires claretianos

Maurizio Bevilacqua, CMF

 

Dal vangelo secondo Marco (7,20-23)

Gesù diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

 

Dal Salmo 64

Ascolta, o Dio, la voce del mio lamento,
dal terrore del nemico proteggi la mia vita.
Tienimi lontano dal complotto dei malvagi,
dal tumulto di chi opera il male.
Affilano la loro lingua come spada,
scagliano come frecce parole amare
per colpire di nascosto l’innocente;
lo colpiscono all’improvviso e non hanno timore.
Si ostinano a fare il male,
progettano di nascondere tranelli;
dicono: «Chi potrà vederli?».
Tramano delitti,
attuano le trame che hanno ordito;
l’intimo dell’uomo e il suo cuore: un abisso!
Il giusto gioirà nel Signore
e riporrà in lui la sua speranza:
si glorieranno tutti i retti di cuore.

 

Dal Vangelo secondo Marco (13,9-13)

Gesù disse ai suoi discepoli: «Badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni. E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».

 

Riflessione

La beatificazione, il prossimo ottobre, di 109 clarettiani uccisi nel corso della guerra civile spagnola tra luglio e novembre 1936 segue quelle del gruppo di Barbastro (1992) e dei confratelli di Tarragona, La Selva del Camp, Sigüenza e Fernán Caballero (2013). Tutti questi clarettiani furono uccisi nello stesso evento tragico della storia di Spagna.

Il martirio di questi confratelli avvenne in odio alla fede (e alla chiesa) in un paese di antica tradizione cristiana. Avvenne ad opera di cittadini dello stesso paese, che quella medesima fede avevano conosciuto nella loro infanzia. Era una fede che, però, avevano abiurato e i cui simboli e rappresentanti odiavano visceralmente; i cui valori volevano sradicare.

Questi clarettiani non incontrarono il martirio in terre lontane, tra popolazioni pagane, ma nella terra che li aveva generati, lì dove avevano appreso a conoscere ed amare il Signore Gesù.  Furono uccisi da persone generate dallo stesso paese, nel quale, al contrario, avevano maturato un odio feroce per la fede cristiana.

Anche P. Andrés Solá, altro martire clarettiano beatificato, che invece attraversò l’oceano per obbedienza, trovò il suo martirio ad opera di uomini nati in un paese segnato da secoli di evangelizzazione e che ricorda come padre della patria un prete, ma capace di scatenare violente persecuzioni anticlericali.

Colpisce il fatto che persone vissute insieme abbiano maturato i due atteggiamenti opposti che rendono l’effusio sanguinis un vero martirio: negli uni l’odio per la fede, negli altri l’accettazione con fede della morte. Non è, però, la prima volta che l’Europa trova dentro di sé e i persecutori e le vittime. Nei primi secoli l’annunzio dell’Evangelo tra i pagani fu segnato dal sangue. Dal martirio è stata accompagnata l’evangelizzazione dell’Europa settentrionale, come ci ricorda la vicenda del monaco-missionario-vescovo Winfrido – san Bonifacio, l’apostolo della Germania. Nelle lacerazioni che, iniziando dall’Europa, sono state nei secoli inferte alla chiesa, a propria onta, cristiani di diverse denominazioni si sono odiati, perseguitati e uccisi a vicenda. La chiesa cattolica ha canonizzato Thomas More, John Fisher, Giosafat di Polock, ma anche i cattolici ebbero le mani lorde di sangue.

Il XX secolo ha conosciuto proprio in Europa un’ondata di violenza che lascia sconcertati. Gruppi e regimi mossi da ideologie contrapposte hanno perseguitato ed ucciso, insieme ai loro avversari politici, esponenti di gruppi che per vari motivi sono stati considerati diversi e nemici e chiunque, per fedeltà alla propria coscienza, non abbia voluto piegarsi ai loro deliri di onnipotenza. Se ci riflettiamo si tratta della stessa resistenza che opposero i primi martiri alle pretese divine che si arrogava l’Imperatore dei Romani.

Questa storia di sangue, che le vicende dei confratelli che saranno presto beatificati richiamano alla nostra memoria, ci suggerisce qualche riflessione anche per l’oggi. Possiamo chiederci che cosa può apprendere dalla storia dei propri martiri un continente oggi chiuso nelle sue paure, che cerca di lasciare fuori dai propri confini chi avverte come una minaccia alla propria sicurezza, o al proprio benessere economico; che cosa possono apprendere tutti da queste vittime della violenza, che non si lasciarono annientare dall’odio?

Abbiamo dinanzi a noi la testimonianza di molti uomini e donne che seppero resistere al male scevri da ogni violenza; anzi che seppero opporre alla violenza le esigenze della loro coscienza intendendo continuare a vivere in un modo “altro” fino alla morte – come ci testimonia, ad esempio, nella sua semplicità, la vicenda del Fratello Fernando Saperas.

Al tempo stesso queste vicende ci ammoniscono a non cedere alla facile tentazione di porre il male semplicemente altrove. Troppe volte la violenza è sfociata dallo stesso alveo storico da cui vengono anche i martiri. Contro ogni visione manichea, la storia dei martiri europei, anche nei tempi recenti, ci ricorda che noi stessi siamo eredi dei martiri, ma anche dei carnefici. Ed è Gesù a ricordarci che ciò che contamina l’uomo viene dal suo intimo: il mondo è così complesso e contorto, perché tale è il cuore dell’uomo. La nostra storia ci esorta ad essere vigili e a non credere troppo facilmente di aver chiuso la pagina oscura degli orrori del nostro passato.

La fede semplice e profonda di tanti martiri e la loro resistenza all’odio, però, ci aiuta anche a non passare dalla consapevolezza del male che incombe al cupo pessimismo che segna tanto il pensiero del nostro continente.

Nel 1947, concludendo un romanzo che è la metafora della peste della guerra che aveva squassato il mondo, a fronte dell’entusiasmo di tanti suoi contemporanei, Albert Camus affidava il suo sguardo pessimista al protagonista, il dottor Rieux. Mentre Orano festeggiava la fine dell’epidemia, il medico «ricordava che questa allegria è sempre minacciata, perché egli sapeva ciò che la folla nella gioia ignorava, ma che si può leggere nei libri: che cioè il bacillo della peste non muore e  non scompare mai, che può rimanere per decenni addormentato… e che forse verrebbe il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice».

La tentazione del pessimismo, per certi versi corroborata dall’enormità dell’abiezione e della malvagità in cui gli esseri umani sanno cadere, deve però fare i conti con i martiri. Con queste donne e questi uomini capaci di affrontare con gioia anche la persecuzione – anche la peste – riconfermando, anche nel dolore, il senso della loro esistenza, scoperto nella fede. I martiri contestano in tal modo il potere della violenza, ma anche il disperato abbandono al non-senso. È dalla loro prospettiva che si può provare a cambiare lo sguardo sulla realtà, assumendo quella caratteristica “dal basso” che permetteva a Dietrich Bonhoeffer – teso tra la resistenza al male e l’abbandono in Dio – di considerare la sofferenza un principio fecondo per rendere il mondo accessibile:

«Resta un’esperienza di eccezionale valore l’avere imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti. Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la contemplazione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale. Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell’alto».

 

O Dio, che nel sangue dei martiri
hai posto il seme di nuovi cristiani,
concedi che la Chiesa,
fecondata dal sacrificio di tanti nostri fratelli,
produca una messe sempre più abbondante,
a gloria del tuo nome.